Agenti di cura
Ripensarsi come agenti di cura, grazie a tre superpoteri
Ho finito di leggere Cucina ambientale di Chiara Pavan. Un libro che ho iniziato nella prima parte della scorsa settimana e che ho finito domenica sera. Ci sono molte cose interessanti che ho voglia di approfondire: si parla di circolarità, di cucina, di ambiente e di cibo come atto di cura. Mi ha molto colpita, perché ha toccato alcuni punti sulle mie scelte di vita, sia personale sia professionale, e ha innescato alcune riflessioni.
Una su tutte, che si legge tra le righe, ma che traspare ovunque, è la questione di superare il (proprio) limite, attraverso visione, sperimentazione, curiosità.
Andiamo con ordine.
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Di come “abbiamo sempre fatto così” sia un alibi ne abbiamo scritto spesso e più volte. A volte tra le righe, altre in modo piuttosto esplicito. Detto in altre parole, non può restare una scusa per non fare niente e aspettare che le cose si sistemino da sole: instabilità, incertezza, più complessità, cambiamento climatico dovrebbero metterci nella condizione di porci sempre nuove domande, quelle scomode sì, perché prima o poi ci ritroveremo a fare i conti con quei segnali deboli, con alcuni blocchi, con qualcosa che abbiamo nascosto sotto il tappeto.
In ogni caso, nulla resta fermo e tutto si trasforma, in una evoluzione continua.
Agenti di cura e tre superpoteri
Il libro di Pavan parla di cucina. Eppure leggendolo ho visto archi tra puntini tra le cose che porto avanti ogni giorno con le organizzazioni, i team e le persone con cui lavoro.
Visione. È quella cosa che ci fa alzare la mattina. Quella che io chiamo stella polare che guida il futuro. Quella che chiamo visione non è la vision nell’accezione del branding (dove si vuole arrivare), ma è più vicina al purpose (che risponde a ´perché un’organizzazione esiste`) che identifico più nella domanda che inizia con perché.
In questo contesto, più vicino al purpose significa immergersi dentro lo scopo intrinseco della propria esistenza come organizzazione. Capire e comprendere qual è lo scopo della propria esistenza, come azienda soprattutto, implica anche una presa di responsabilità rispetto a tutte le azioni che si mettono in campo nell’agire quotidiano: dalle scelte di approvvigionamento (fornitori, per esempio), a come si valorizzano le persone, passando per la catena del valore con la quale si genera quel che si fa (che sia prodotto o servizio). Se la visione è chiara e lo scopo ben saldo, le domande (scomode) emergono.
Nella visione di Pavan emergono le scelte, anche difficili, che ogni giorno devono essere prese. Non credo sia stato facile scegliere di non inserire più alcuni piatti locali in menu, perché gli ingredienti non rispettavano principi e valori che sottendono lo scopo stesso del ristorante. Implica prendere posizione, scegliere di abbandonare alcune tradizioni dell’abbiamo sempre fatto così e virare verso altro.
Sperimentazione. Cosa significa virare verso altro? È senza dubbio un altro fatto di esperimenti, prove, errori, cadute. Senza fare e provare qualcosa di nuovo non si evolve, non si cresce. Sperimentare non vuol dire cambiare a tutti i costi, ma porsi sempre domande generative e andare oltre i propri limiti, senza superare il limite che la visione definisce e delinea. Fare ricerca, sperimentare, studiare diventano spazi di apprendimento in cui cambiare punto di vista diventa non solo una sfida, ma un modo di essere e di guardare al futuro, proprio e della propria organizzazione, facendo attenzione agli angoli ciechi. Fare e non solo dire, insomma.
La sperimentazione per Pavan coincide con trovare nuovi modi di cucinare specie nuove (non solo aliene, ma quelle che lei chiama infestanti, come il granchio blu). La sperimentazione non è fine a sé stessa: rispettando la sua visione, una cucina ambientale si trasforma non esaurendo risorse che sono già al limite, ma usandone nuove (sconosciute) per creare qualcosa che non c’era.
Curiosità. È un muscolo da allenare e da continuare a nutrire. La curiosità non è altro che un genuino interesse per ciò e per chi non conosciamo (ancora) e che si alimenta con la volontà di conoscere, di andare in profondità. Nella sua ricerca, Pavan usa spesso la parola curiosità rispetto alle scelte che ha fatto e che fa. Legge, si informa, viaggia, trascorre tempo con allevatori, coltivatori e anche con esperte del settore, per capire come le cose funzionano e come si evolvono.
Insieme, curiosità, sperimentazione e visione, diventano superpoteri da usare ogni giorno, per generare valore e per ripensarsi come agenti di cura, dentro e fuori le organizzazioni.
A presto,
Tatiana (e Chiara)
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Le letture, gli ascolti e le visioni di Chiara
Ho letto La promessa di Damon Galgut, e mi è piaciuto parecchio. Nonostante mi aspettassi più veld e toni più ottimistici, o forse proprio per via dell’aspettativa mancata, la lettura di questo romanzo è volata veloce, grazie allo stile narrativo originale e all’ambientazione nel Sudafrica moderno, fino agli anni Novanta. Consigliato.
Per il resto nulla da segnalare: le trasferte ridotte al minimo (era ora!) hanno azzerato i miei ascolti di podcast, mentre lato Tv proseguo a spizzichi con Étoile, su Prime, e Quando la vita ti dà mandarini, su Netflix.
Le letture, gli ascolti e le visioni di Tatiana
Letture. Ho finito di leggere Cucina ambientale di Chiara Pavan. Ho ricominciato (e sto rileggendo) Scrivere zen di Natalie Goldberg.
Ascolti. Proseguo con i miei soliti ascolti: Wilson, Amare parole, Morning. Stamattina è uscita la nuova puntata di Sigmund, che parla di sesso e piacere. Sono molto curiosa. Ho finito Con gli occhi di Anna, di Sara Poma, che ha legami con il tema di oggi.
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Visioni. Ho iniziato Rosa Elettrica e Avvocato Ligas. Sono andata al cinema a vedere Il diavolo veste Prada 2 e sembrava non fiction.
Tengo traccia dei libri che leggo su Goodreads. Ci sei anche tu?
🔎[Cosa stiamo facendo] Notizie dal mondo Kanji
Le settimane vanno avanti e qui si fa fatica a stare dietro a tutto. Però abbiamo ripreso a scrivere sul blog. Prossimamente su questi e quegli schermi. Stay tuned!
📍Informazioni di servizio
Cerchiamo di usare un linguaggio rispetto e inclusivo. Nel testo potresti trovare questo simbolo: « ǝ». Cosa significa? È un simbolo fonetico [schwa (o scevà)] utilizzato per non fare differenze, rispettando l’identità di genere di ognuno. Ne abbiamo parlato in una newsletter: voce del verbo includere.
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