Le persone contano
Una riflessione che parte dal lavoro e sul lavoro e arriva alle persone.
Ciao e buon lunedì 23 febbraio.
A differenza di gennaio, febbraio è volato.
La scorsa settimana, ho vissuto due momenti difficili che mi hanno molto segnata. Due perdite. Una di queste mi ha travolta, la seconda ha dato il colpo di grazia. E sono qui a elaborare, tra salite e discese, per dare un senso a qualcosa che, almeno per ora, non trovo. Ma fa parte del processo. E si va avanti.
Questa è la settimana che mi vedrà concentrata sul Festival di Sanremo. Da sempre, mio piacere, a partire dall’acquisto di TV Sorrisi e Canzoni per leggere in anteprima i testi. È un feticcio, una tradizione che parte dall’infanzia e che mi porto qui, nell’età adulta. Ne avevo già parlato.
Al di là di Sanremo, oggi ho una riflessione importante che parte da un pensiero sul lavoro e da come vogliamo essere nel lavoro.
Fino a qualche anno fa, io ero il mio lavoro. Mi sono sempre identificata con quello che facevo e ho passato molto tempo a sacrificare tutto. Arrivando poi a uno stop non previsto (burnout, dicono).
Poi ho capito una cosa più importante: per fare bene il mio lavoro non serviva impersonarlo, ma abitarlo e renderlo uno spazio accogliente per le persone.
Da gennaio, sto affiancando un team per progettare e sviluppare un sito web complesso. In realtà, quello è solo l’ultimo tassello di un lungo processo che ha a che fare con una rinascita (un rebranding) o, meglio, con una evoluzione. Ma non è questo il punto. Centrale è quello che sta succedendo nel team.
Ok, cominciamo.
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Le persone contano
Un titolo che è preso a prestito da un libro che ho amato moltissimo: People matter di Marco Bertoni. Nella sinossi, si legge «Il cambio di prospettiva è radicale: al posto di creare un ambiente in cui tutte le persone somigliano a te, devi creare un ambiente in cui tutti somigliano a sé stessi.»
Dicevo. Da gennaio sto affiancando un team esistente per progettare e sviluppare un sito web complesso. Io mi sto occupando dei contenuti testuali e, insieme al team, di tutto quello che ci ruota intorno.
L’idea di lavorare con, invece di limitarmi a fare i testi per quel sito, è nata osservando quel team lavorare. Sono due le cose che ho visto. Una ha a che fare con il mindset: un team non abituato a progettare, ma solo a fare, può crollare e bloccarsi da un momento a un altro. L’altra riguarda il fare ed essere team: non basta lavorare nello stesso gruppo/ufficio per essere team.
Il mindset può essere allenato
Passare dal ´fare` al ´progettare` non è semplice. Se hai l’abitudine a una certa operatività, a fare quanto viene chiesto, può essere difficile riuscire a vedere il quadro generale, a chiedersi il perché si sta facendo una determinata cosa. In più, è molto più facile nascondersi dietro “devo aspettare che <manager> mi dica cosa fare” oppure “<manager> non c’è” e non fare nulla. È una questione di autonomia e responsabilità: quanto una persona si sente responsabile rispetto a un progetto e quanta autonomia si prende e le si dà. Ovvio che in tutto questo c’è il tipo di organizzazione in cui si lavora, il tipo di manager a capo, ma non solo. A volte, è la personale spinta a voler fare di più per fare bene, altre è una velata, o meno, richiesta a stare nel proprio. In ogni caso, è sempre il mindset che può evolvere:
«What designers have always done is not changing. What doesn’t change in all of this is what has always defined us: A mindset.»
E qui il design, come mindset, ha un ruolo strategico. Ogni designer sa che in ogni cosa che fa ha bisogno di tenere lo sguardo aperto e accogliente, non solo per raggiungere l’obiettivo, ma per far succedere qualcosa. E quel qualcosa ha a che fare con le persone.
Ogni team non nasce team
L’altro punto riguarda le persone. Ho ascoltato con interesse famelico le parole di Matteo Gratton nelle puntate dedicate alla design leadership su Spaghetti Western: il buono, il brutto e il cattivo design (12 e 13). Oltre ad avere la fortuna di conoscerlo, ho sempre ascoltato volentieri Matteo parlare, soprattutto di persone e di design.
C’è una frase che Gratton ha detto e che mi ha fatto riflettere:
«il modo più efficace per avere impatto duraturo è far crescere chi fa design accanto a te.»
Al di là dell’ambito (design), quello su cui vorrei soffermarmi è il far crescere chi lavora con te. Come dicevo più su, un team non diventa tale perché occupa lo stesso spazio in un ufficio o perché è unito su uno stesso progetto. Per essere e fare team, serve un gran lavoro di squadra.
Ne parlavo già:
Chi guida il team ha una grande responsabilità: abilitare il team a esser tale. E come? Io questo team che sto affiancando non lo sto guidando, ma ho scelto di portare la mia cassetta degli attrezzi per due motivi: portare a casa il risultato (il sito) e allenarlo a essere e diventare un buon team, anche quando io, come Mary Poppins, me ne andrò. Alcune delle cose che aiutano a essere team:
Piccoli passi, lenti rilasci. Non serve fare tutto se quel tutto è sbagliato. Diamoci micro obiettivi, pensiamo ai task che servono e concentriamoci su quelli.
Retrospettiva. Prendersi il tempo di capire come è andata, cosa sta funzionando e cosa no, cosa serve cambiare. Farlo solo alla fine non ha senso.
Celebrare i fallimenti, così come le vittorie. Imparare a fare meglio, sì. Ma anche darsi una bella pacca sulle spalle per aver sbagliato prima che fosse troppo tardi. E poi applaudirsi, come team, per aver fatto bene.
Feedback, relazioni e conflitti. Imparare a starci dentro e affrontare nel modo giusto le questioni, anche quelle che nascondiamo sotto il tappeto. Le cose non si risolvono per magia. Al contrario, rodono e consumano.
Buone domande. Farne sempre, farne tante, sul progetto su cui lavoriamo e su di noi. Perché quella scelta? Come faresti tu? Come stiamo oggi? Come avresti fatto al posto mio? Le buone domande sono quelle che mettono in discussione non per giudicare, ma per guardare con nuovi occhi.
Le persone contano, sempre. E per farle contare abbiamo bisogno di cambiare prospettiva: non voglio che il team diventi uguale a me, né che acquisisca le mie competenze. Vorrei lasciare qualcosa di significativo per loro, per le persone con le quali lavoro, perché possano essere loro stesse, ancora di più.
Buon inizio settimana.
A presto,
Tatiana (e Chiara)
📃Abbiamo parlato di
📍Cose che hanno lasciato un segno
A proposito di aiutare le persone a crescere: Il modello stagista-azienda funziona ancora?
📚🎧📺 Stiamo leggendo/ascoltando/guardando
Le letture, gli ascolti e le visioni di Chiara
Continuo con la nuova trilogia di Victoria Aveyard e sono al secondo libro, Il regno dei demoni, perfetto per il capitoletto prima di addormentarsi.
Ho finito di guardare l’ultima stagione di Emily in Paris, su Netflix, e iniziato a ridere con Da Belfast al paradiso della stessa creatrice di Derry girls, che avevo letteralmente adorato.
Continuo con il corso di educazione sessuo-affettiva con grande fatica (aggiungere tutte queste ore di formazione è faticoso) e grande entusiasmo: è davvero interessante e lo consiglio a chiunque.
Le letture, gli ascolti e le visioni di Tatiana
Poche novità. Proseguo con le solite cose, mentre cucino, faccio l’orto (preparo) e vado in giro.
Letture. Proseguo con Il corpo lesbico di Monique Witting e con altre letture, ma a spizzichi.
Ascolti. I miei soliti ascolti: Wilson, Amare parole (in pausa questa domenica), Morning. E le due puntate con Matteo Gratton su Spaghetti Western: il buono, il brutto e il cattivo design
Visioni. Conclusa Scissione (Severance) - wow - ho iniziato Da Belfast al paradiso e promette bene. Questa settimana inizia Sanremo e ciao. Unica pausa giovedì per Masterchef15.
Tengo traccia dei libri che leggo su Goodreads. Quest’anno ho battuto la fiacca. Per il 2026 proverò a essere meno ambiziosa. Ci sei anche tu?
🔎[Cosa stiamo facendo] Notizie dal mondo Kanji
Proseguono gli equilibrismi tra vita e lavoro, ma non ci facciamo spaventare. Tra progetti continuativi e nuovi, sentiamo la primavera arrivare. Anche tu?
📍Informazioni di servizio
Cerchiamo di usare un linguaggio rispetto e inclusivo. Nel testo potresti trovare questo simbolo: « ǝ». Cosa significa? È un simbolo fonetico [schwa (o scevà)] utilizzato per non fare differenze, rispettando l’identità di genere di ognuno. Ne abbiamo parlato in una newsletter: voce del verbo includere.
Ogni tanto, nei consigli di lettura dei libri che leggiamo, o abbiamo letto, c'è un link con un codice di affiliazione. Questo significa che se clicchi e poi compri una di noi prende una piccolissima percentuale. È giusto e corretto che tu lo sappia e decida di conseguenza cosa fare. ;)
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Grazie sempre a voi e molti abbracci stretti a Tatiana ❤️