Tempo e retribuzione
Due variabili di business fondamentali: come governiamo il tempo-lavoro dentro le imprese?
La scorsa settimana sono stata al Freelancecamp, un evento a cui partecipo da parecchi anni e che trovo sempre arricchente: se hai una partita IVA prova a dare un’occhiata, potrebbe essere utile anche per te.
Il tema dell’incontro di giovedì scorso era il tempo, in tutte le sue accezioni, e gli spunti che mi sono arrivati si sono saldati con una riflessione lunga che porto avanti da un po’ sull’allineamento tra tempo soggettivo e tempo oggettivo, per generare benessere e produttività1 dentro e fuori le imprese.
Io sono Chiara e questa è la newsletter di Kanji, quella che parte ogni lunedì mattina per arrivare alla tua casella di posta. Se te l’hanno inoltrata e vuoi iscriverti, puoi farlo da qui.

Prima della nascita delle grandi civiltà antiche, l’essere umano si relazionava al tempo in modo grossolano: l’alternanza tra luce e buio segnava il passare delle giornate e l’alternanza delle stagioni segnava il passare degli anni.
È quello che chiamo tempo oggettivo, cioè la dimensione assoluta del tempo, che scorre uguale per tutti gli esseri viventi, indipendentemente da quanto ne siano consapevoli.
Ma dentro ogni persona esiste anche una percezione soggettiva del tempo che scorre, una dimensione più relativa, dove ci sono istanti che ci sembrano dilatati e ore che passano in un soffio.
Per secoli le due dimensioni sono coesistite pacificamente: prima di inventare meridiane, clessidre e orologi, viaggiavano su binari talmente distanti che non sembrava nemmeno che misurassero la stessa entità.
Il tempo oggettivo era uno strumento di coordinamento con le altre persone, utile per trovarsi nello stesso luogo allo stesso momento.
Quando è diventato l’unità di misura della nostra intera esistenza?
Il tempo è denaro
All’inizio, le persone lavoravano per sopravvivere e sentirsi al sicuro: la maggior parte della giornata era dedicata ad attività produttive per l’autoconsumo e solo una quota ridotta di tempo era dedicata allo scambio di beni e servizi.
Con il progresso della civiltà, abbiamo imparato a essere sempre più produttivi e abbiamo organizzato il lavoro in modalità via via più complesse.
Solo con la rivoluzione industriale e l’avvento del capitalismo, il lavoro è diventato un’attività a sé, collegata ai bisogni di sopravvivenza solo in modo indiretto: lavoro per avere un salario che mi permetta di acquistare ciò che mi serve.
Ed è qui che il tempo è diventato denaro.
A fine Ottocento l’equazione tempo=denaro era ancora grezza, la retribuzione era spesso a giornata, e la giornata di lavoro aveva orari di inizio e fine indicativi.
Mano a mano che l’industrializzazione è progredita, il conteggio del tempo è diventato sempre più preciso: prima si è diffuso il concetto di retribuzione oraria, per poi passare a misurare minuti e secondi, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui possiamo misurare anche i millisecondi.
Nello stesso periodo, abbiamo interiorizzato un’altra equazione: ricchezza=denaro.
Il tempo oggettivo ha iniziato a valere più del tempo soggettivo, al punto che quest’ultimo dovrebbe uniformarsi al primo, l’unico considerato davvero produttivo. È una semplificazione comoda, ma rischia di nascondere quanto valore viene prodotto fuori da quella metrica.
Più riduciamo l’unità di misura, più affiniamo anche la percezione: oggi arriviamo quasi a “sentire” i secondi che passano.
Per fortuna, c’è ancora uno scarto: se chiedi a 30 persone di contare mentalmente fino a 30 secondi (o di disegnare un cerchio su carta per ogni secondo che passa), alla fine i risultati saranno simili ma mai identici.
La produzione di ricchezza
Le imprese esistono e perdurano nel tempo solo se riescono a generare valore. Scelgo “valore” e non “ricchezza” perché è un termine più ampio: c’è sempre qualche altra componente, oltre al denaro, che completa e dà corpo al fantomatico concetto di “valore”. In ogni transazione di mercato c’è una componente economica, ma quasi mai esaurisce il valore complessivo che viene scambiato.
La produzione di ricchezza non è collegata esclusivamente alla quantità di denaro accumulato. Un esempio evidente è l’acquisto o la vendita di una società: il prezzo delle quote non considera solo le disponibilità liquide, ma integra molte altre variabili legate alla capacità di generare reddito nel futuro.
Quando la produzione di ricchezza si basa sulla creazione meccanica di un prodotto, come nella manifattura di fine Ottocento, il tempo oggettivo funziona molto bene come unità di misura: se un macchinario è acceso e operativo, produce una certa quantità di prodotto in un tempo pressoché costante.
Quando invece aggiungiamo una componente produttiva umana, il tempo oggettivo diventa un’unità di misura povera, in quanto poco efficace nel misurare la ricchezza prodotta.
Perché il contributo che una persona può dare si muove sull’asse del tempo soggettivo. Il lavoro intellettivo, così come quello relazionale, ha molto più a che fare con il tempo che percepiamo che con quello che misuriamo.
Chi guida un’impresa lo sa bene: per alcune intuizioni possono servire anni, altre arrivano in pochi secondi, magari grazie a una manciata di parole scambiate con una persona sconosciuta.
Nel lavoro della conoscenza, e in generale nell’erogazione di servizi, i risultati importanti e il raggiungimento degli obiettivi si muovono lungo l’asse del tempo soggettivo più che su quello oggettivo.
Il tempo è denaro ogni volta che paghiamo persone sulla base del tempo che dedicano alla nostra impresa, per eseguire compiti specifici necessari al funzionamento del tutto.
Ma quando abbiamo deciso che ogni secondo di lavoro deve essere sempre produttivo secondo una scala di misurazione esterna all’individuo?
Quando entro nelle imprese per occuparmi di misurare la redditività delle diverse business unit, mi trovo spesso a “spacchettare” il tempo-lavoro delle persone per capire su quali processi è stato impiegato.
L’aspettativa implicita è di poter misurare l’efficienza di una persona come se fosse una fresa a controllo numerico. Sappiamo che non è così, ma ci è utile pensarlo per alleggerire il carico cognitivo e ridurre la complessità. Tutto giusto e comprensibile, purché non si scada nel semplicistico.
Modelli organizzativi a confronto
Chi guida un’impresa lo vive sulla sua pelle: ci sono giornate che scorrono fluide e altre in cui tutto sembra incepparsi; decisioni da prendere subito e decisioni da rimandare a quando ci sarà più chiarezza.
Chi è al vertice dispone spesso di un tempo-lavoro più vicino al proprio tempo soggettivo mentre, man mano che si scende lungo l’organigramma, l’assunzione implicita è che il tempo di riferimento debba essere quello oggettivo, misurato e standardizzato.
In parte è comprensibile: più un compito è semplice dal punto di vista cognitivo, più è probabile che il tempo di esecuzione sia simile e ripetibile. Ma nella maggior parte delle imprese i compiti davvero semplici sono stati automatizzati e alle persone restano attività complesse, che richiedono capacità adattive, creative e generative.
I modelli organizzativi più verticistici si basano sull’assunto che chi sta in alto decide del tempo-lavoro di chi sta più in basso: cosa produrre e in quali tempi. Questo aspetto è uno degli elementi che rendono il command&control poco efficace: chi lavora nella complessità produce risultati sulla base del proprio tempo soggettivo, che solo eccezionalmente coincide con quello oggettivo.
Cosa succederebbe se smettessimo di pensare al tempo-lavoro come a un’unità da spezzettare in frammenti sempre più piccoli e iniziassimo a considerarlo come uno spazio più ampio, da governare in modo consapevole, capace di contenere priorità diverse e modalità differenti di funzionamento, tenute insieme da un obiettivo chiaro?
I modelli più orizzontali, come quelli di self-management, danno più valore alla percezione soggettiva del proprio tempo-lavoro: offrono una direzione e un obiettivo comune, lasciando alle persone autonomia nel definire come muoversi. Nel frattempo io continuo a misurare, ma in modelli più distribuiti si possono ottenere ottimizzazioni di costo molto più profonde, rispetto a quelle delle tecniche classiche di controllo di gestione, basate sulla contabilità industriale.
La misurazione è più complessa, ma il risultato è molto più utile.
D’altra parte, anche il business, in quanto organismo vivente, si evolve secondo un proprio tempo soggettivo: quello necessario per organizzarsi, crescere e restare rilevante. Deve tenere d’occhio il tempo oggettivo, quello che aiuta a leggere variazioni di contesto e cambiamenti di mercato, ma non può farsene fagocitare. Il business ha bisogno di rimanere concentrato sul proprio passo per lavorare al meglio.
Buon lunedì, e buon governo del tempo,
Chiara (e Tatiana)
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Le letture, gli ascolti e le visioni di Chiara
Sto guardando Hacks, su Netflix, storia di una comica e della sua copy e mi sta piacendo molto. Cinismo e irriverenza sono portati quasi fino al limite estremo, ma quel “quasi” rende tutto più credibile e interessante.
Continuo con La macchina del vento di Wu Ming 1 e il corso di educazione sessuo-affettiva dell’academy di Italy needs sex education. Entrambi super consigliati.
Le letture, gli ascolti e le visioni di Tatiana
Con l’arrivo della bella stagione (a parte questo weekend super piovoso) passo molto tempo fuori, tra fiori, piante e semi. E mi sto divertendo e rilassando molto.
Letture. Letture per lo più di lavoro, nulla di più. Ma ho in programma Il diario della signorina snob di Franca Valeri. Nel frattempo, sto esplorando libri di ricette e le metto in pratica, con risultati niente male.
Ascolti. Proseguo con i miei soliti ascolti: Wilson, Amare parole, Morning. Per tutto il periodo fino al referendum, Wilson è quotidiano per capire meglio il quesito referendario. Lo ascolti su tutte le piattaforme, per esempio, su Spotify.
Visioni. Ho iniziato proprio ieri sera l’ultima stagione di Mare fuori. Proseguo invece con Shrinking, Imma Tataranni sostituto procuratore che amo tantissimo!
Tengo traccia dei libri che leggo su Goodreads. Quest’anno ho battuto la fiacca. Per il 2026 proverò a essere meno ambiziosa. Ci sei anche tu?
🔎[Cosa stiamo facendo] Notizie dal mondo Kanji
Iniziamo a sentire la frenesia da chiusura del primo trimestre e dal peso di tutto ciò che non è ancora stato fatto. Calma e respiri lunghi, più il mondo va veloce, più è il caso di rallentare per scegliere le giuste priorità.
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Con “produttività” intendo la capacità di generare valore reale, non per forza valore economicamente riconosciuto. In questo senso, la produttività discende dal benessere, perché una persona che sta male è innanzitutto concentrata sul suo bisogno di stare meglio, anche se incidentalmente produce del valore. Solo quando stiamo bene, possiamo esprimere tutto il nostro potenziale generativo.




